Al secondo anno da quando donna Nena era venuta a stare lassù, in una mattina di febbraio ella uscì come disse a Gaetanella Rocco per andare a pregare l'amministratore di quel locale perchè le facesse rimettere a un finestrino della celletta un vetro frantumato. Da un orto vicino i monelli glie lo avevano rotto: il vento le entrava in camera, proprio accapo al letto.

Sedette; lesse e rilesse il brevario; tentò distrarsi; uscì nel piccolo orto e lo mise in iscompiglio: poi siccome la sera s'avvicinava passò in chiesa, l'attraversò lentamente, si diresse al coro e vi s'inginocchiò al suolo in atto desolatissimo.

Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond'io fui, che fe' del sangue suo gia` caldo il porto. Folco mi disse quella gente a cui fu noto il nome mio; e questo cielo di me s'imprenta, com'io fe' di lui; che' piu` non arse la figlia di Belo, noiando e a Sicheo e a Creusa, di me, infin che si convenne al pelo;

Ella mi disse: «Sono pochi i fiori nell’orto!... Ottobre ce li porta via tutti!... V’è qualche rosa tuttavia, ma i crisantemi sono in boccio ancoraNel piccolo orto c’era odor di bosso amaro, odor di pace e di convento. Squillava una campana, alta nel vento, dalla chiesetta candida di Mosso. Singhiozzare volevo: «Io soffro. O buona, aiutatemi voi. Venni per questo.

Ogni casa ha, davanti, la sua pezza di prato, il suo orto glorioso di quattro o cinque girasoli e il tronco mozzato infitto nella terra che getta acqua per un tubetto di ferro.

Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond’ io fui, che del sangue suo gi

levatemi dal viso i duri veli, si` ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna, un poco, pria che 'l pianto si raggeli>>. Per ch'io a lui: <<Se vuo' ch'i' ti sovvegna, dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo, al fondo de la ghiaccia ir mi convegna>>. Rispuose adunque: <<I' son frate Alberigo; i' son quel da le frutta del mal orto, che qui riprendo dattero per figo>>.

Passato per tante mani nel corso de' secoli, rabberciato le tante volte, non mai riedificato dalle fondamenta, notevole pe' suoi muri da levante e da mezzogiorno, che sono ancora i vecchi bastioni di mille e più anni addietro, e pe' suoi ripiani più alti che mal dissimulano il mastio della ròcca, il monastero di San Silvestro serba tuttavia l'aspetto d'un antico castello, murato a difesa delle case circostanti, a rifugio de' loro abitatori da una scorreria di Saraceni. E mezzo monastico e mezzo militare, era nel 1857 un assai triste soggiorno, con tutta la sua felice postura, l'ampiezza de' cortili, l'allegria dei loggiati, dei terrazzi e di un orto pensile sorretto dai bastioni anzidetti, sul cui ciglio si mutava in altana, munita, giusta il costume, de' suoi ripari di lavagna traforata. L

Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond’ io fui, che del sangue suo gi

GERASTO. Ch'io vorrei essere il tuo orto, piantarti nel mio seno, zapparti ben bene, inaffiarti e farti produrre i piú bei frutti che nascessero giamai. Almeno fussi ape che andasse succhiando quel mele che sta dentro cosí bel fiore. Almeno potessi darli quel che li manca. ESSANDRO. Ne ho soverchio e m'avanza. GERASTO. Non dico quel che tu pensi. ESSANDRO. tu pensi quel che dico.