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Aggiornato: 9 ottobre 2026
Cataldo stese la sua lentamente e la posò sulla mia. Ci guardammo. Egli mormorò: Povero Vittorio!... E perchè? Che volete, il vino mi diventò triste, all'improvviso... Dunque partite? Sì... parto. Quando? Domani. Eravamo nel giardino, Carolina ed io, soli. Perchè ci lasciava soli, Cataldo?
E Cataldo Abbadessa, grasso, roseo, allegro, affettuoso, mi gettò le braccia al collo, presso al carrozzino che mi doveva accompagnare alla stazione. Caro Vittorio!... diceva Povero il mio caro Vittorio! E non sapeva dire altro.
Carolina era bruna, aveva gli occhi neri e dolci, aveva le labbra rosse come le ciliege, le mani piccole piccole, bianche come la farina del suo molino. E durante la mia breve dimora a Cassino il mio amico Cataldo non aveva fatto che parlarmi di lei. Ricordo le sue parole: Francescone ha lasciato in questo molino due pietre preziose...
Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana! Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo.
La Posta dal palazzo Villafranca passava all’Ospizio degli arcivescovi di Monreale, nella casa, cioè, di S. Cataldo di fronte all’attuale Universit
Cataldo tirò giù dalla reticella le valigie sue e quelle del compagno, infilò un leggero soprabito e aperse i finestrini. Auff, si respira... Un lungo fischio echeggiò nell'aria. Orsara, ancora sonnolento, si scosse tutto come un cane bagnato. Ci siamo. Varedo scattò in piedi. Aspettate qualcheduno qui? domandò Cataldo. Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia.
Non era quella, caro Vittorio seguitò Cataldo la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con le due mie protette. Ma quella volta, la commozione, il dolore di Rosa, non so, mi fecero un'impressione straordinaria. Ma come dissi io come potete permettere a due insopportabili gaglioffi di venire ad accapigliarsi giusto nel vostro molino?
Be'? mi fece col suo tipico accento pugliese E non bevi? Allora, sorridendo e battendogli con la mano sulla spalla, risposi: Ho capito. Bevo alla salute di Rosa, alla salute di tua moglie, caro Cataldo! Alla vostra felicit
La signora Rosa, fiorente come lui, fresca, d'una bellezza piena di salute e di luce, mi andava cacciando sigari in saccoccia e ammucchiava alcuni piccoli formaggi della sua fattoria sui cuscini del carrozzino. Perdonateci, professore... È cosa da poco... Siamo gente alla buona... Dunque, addio... balbettai Addio, Cataldo... Addio, signora Rosa... Il carrozzino si metteva in moto.
Come accesi il lume nella mia camera continuò Cataldo e lo misi sulla tavola, m'accorsi che v'era stata lasciata una lettera al mio indirizzo. L'apersi con qualche trepidazione. Le condizioni dell'animo mio erano tali, quella sera, e così scombussolato era il mio spirito che ogni più piccolo avvenimento produceva sui miei nervi l'effetto d'una punta di fuoco. Letta appena la lettera, dubitai di sognare. M'annunziava un'eredit