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Io pertanto, seguito da alcuni impiegati del Senato resi piú calmi e dimesso il timore dal quale erano prima fortemente agitati, discorrendo con essi e con alcuni uffiziali della Guardia nazionale, rimontate le scale e passati i lunghi portici, andai all'aula delle sedute per riferire quant'era accaduto. In questo frattempo convien dire che alcuno dei piú turbolenti spargesse la voce doversi chiedere al Senato la revoca del decreto che aveva ordinata la Deputazione. Sapevasi che questa era partita dirigendosi a Mantova, ove il Principe Viceré aveva il quartiere generale, e ciò affine di avere i necessari passaporti per andare al quartier generale nemico. Ma tanto era il sospetto sparso nel popolo che in modo indiretto si pensasse a porre sul trono il Principe, che rapidamente il popolo passò dalla calma ad assai maggiore tumulto, e dove fino a quell'istante era rimasto nei cortili e ne' portici inferiori, scagliossi con impeto, superando la Guardia nazionale che stava sul limitare della scala, e montato ne' portici superiori, tumultuariamente mormorava doversi assolutamente annullare il decreto che aveva ordinata la Deputazione, tanta era la diffidenza di alcuni capi e la divulgazione sul pericolo di avere un francese in sovrano. Infatti, appena io fui giunto alla porta del Senato, alcuni uffiziali della Guardia nazionale ansanti, sudati e timorosi corsero a me, e mi dissero: «Senatore, noi non possiamo piú contenere l'impeto della moltitudine; bisogna por rimedio tostamente, o non si potr